Se c’è una cosa che mi ha sempre creato un certo disagio, fastidio, è utilizzare le parole per il contrario di quello che significano. “Pace” ad esempio, uno di quei termini che più di altri viene utilizzato per dire l’esatto contrario.
Quasi al termine di questa Domenica delle Palme 2023, in cui il mondo cattolico festeggia l’entrata a Gerusalemme di Cristo, storicamente dedicata alla pace, attraverso lo scambio di un rametto d’ulivo benedetto dai sacerdoti, segno di un legame forte con la cultura contadina mediterranea, perché da poco sono terminate le potature primaverili, è opportuno fare il punto sulle parole e sul loro utilizzo, mentre le ombre sinistre della guerra diventano ormai più nitide all’orizzonte.
Sono state chiamate “Forze di pace” i contingenti militari inviati dall’Occidente sui fronti di guerra e mandare armi all’Ucraina invasa dai Russi si fa per raggiungere la pace. Mentre dal Vangelo i concetti come “perdono” e “porgere l’altra guancia” vengono ripetuti a cantilena, l’Occidente intero viene aizzato ad odiare il nemico, mentre intorno la guerra, le armi, la presenza militare, viene normalizzata.
La normalizzazione della guerra passa da una serie di eventi piccoli o grandi con i quali il pubblico prende dimestichezza con tutto ciò che è bellico. Qualche giorno fa, in occasione dei festeggiamenti per i 100 anni dell’Aeronautica Militare (sponsorizzati da Leonardo), non sono state poche le foto di giovani studenti coinvolti nelle spiegazioni delle attività militari. La guerra – e la capacità di causare morte – entrano piano piano nel dibattito pubblico, nei discorsi, senza spaventare, come se fosse un vaccino. Le foto dei ragazzi concentrati sugli asset messi in mostra dovrebbero provocare una reazione negativa in una società che davvero vuole la pace, ma così non è, anzi. La guerra è normalizzata, ma non si possono mostrare i capezzoli su Instagram.
Ma le parole sono importanti, perché educano, formano, controllano le persone e le masse. Mentre dai pulpiti i preti da sempre dicono ai fedeli che occorre porgere l’altra guancia, che occorre perdonare, dismessi gli abiti delle messe si affrettano a benedire soldati e armamenti. Le parole “pace” e “perdono” perdono a poco a poco il loro originario significato per adattarsi alla necessità del momento, alla logica del branco, alle necessità diplomatiche. Per fare la pace è necessario sconfiggere il nemico. E il nemico è chi viene indicato a reti unificate. Da un lato i buoni, dall’altro i cattivi. E più le parole perdono aderenza con la realtà, più il coro alza la voce e frantuma in mille rivoli i dubbi di coloro che si accorgono che tra propaganda e realtà non c’è alcun rapporto scientifico.
Scambiarsi un segno di pace, oggi, quindi, sembra voler dire inviare i tank Leopard, i sistemi di puntamento antiaerei, prepararsi a scendere in guerra direttamente, tra due ali di folla che agitano in estasi rametti d’ulivo. È il trionfo della neolingua.
Il 9 marzo scorso, il segretario generale della Difesa, Luciano Portolano, ha detto:
“È importante focalizzarsi sull’opzione più onerosa – il war fighting – poiché è più semplice operare uno scale down dal war fighting verso il peace keeping, piuttosto che fare poi uno scale up, come ci troviamo a fare oggi”
Luciano Portolano, 9 marzo 2023
Le sue dichiarazioni sono state riportate in un post di Sbilanciamoci, dove si fa riferimento all’aumento delle spese militari. Secondo le parole di Portolano, quindi, è meglio prepararsi ad entrare in guerra e poi non farlo. È più conveniente.
Della sua dichiarazione, però, colpisce l’utilizzo di locuzioni inglesi (war fighting, scale down, peace keeping). Una scelta determinata probabilmente dalla necessità di allontanare dalla mente di chi ascolta il configurarsi attraverso immagini dei contenuti e il conseguente coinvolgimento emotivo. Se proviamo a riscrivere in italiano (come piacerebbe a Rampelli), l’affermazione di Portolano verrebbe così:
È importante focalizzarsi sull’opzione più onerosa – mandare i nostri soldati al fronte – poiché è più semplice operare un ridimensionamento dell’impegno militare dal combattimento vero e proprio alle operazioni di mantenimento della pace, piuttosto che procedere poi verso un aumento del coinvolgimento, come ci troviamo a fare oggi.
Non è solo la parola “pace” ad essere strumentalizzata per quello che occorre alla propaganda. Ma anche le stesse parole usate per descrivere l’aggressione russa nei confronti dell’Ucraina. Il dolore dei popoli viene lasciato sullo sfondo, al massimo utilizzato per la comunicazione, ma rimangono le voci dei potenti che da un lato e dall’altro ripetono a cantilena la propria versione dei fatti: noi siamo i buoni, sono loro i cattivi.
Sarà questo che infastidisce di più della propaganda: la divisione manichea del mondo, la logica del branco. Una versione in cui i fatti perdono di significato e si frantumano contro la corazza d’acciaio rinforzato dei servizi dal fronte, dai comunicati dei Ministeri, dalle parole del segretario della Nato. Siccome noi siamo i buoni è necessario rimuovere i ricordi delle atrocità commesse dai contingenti occidentali in Medio Oriente e in Africa, di quello che commette Israele ai danni della Palestina, degli ammiccamenti neonazisti di alcuni battaglioni internazionali, del popolo curdo lasciato da solo nella morsa tra turchi (che sono buoni come noi) e Siria (che è cattiva). Con la guerra alle porte non serve andare per il sottile. Le atrocità del nemico lo connotano nettamente, le nostre sono errori di pochi. Ehi, noi siamo i buoni!
Chissà cosa accadrebbe, invece, se la narrazione sulla guerra fosse un po’ più aderente alla realtà storica, quella che studieranno le prossime generazioni. Con la fine della globalizzazione e l’Occidente che ha perso l’egemonia militare e economica, occorre ristabilire in maniera violenta gli equilibri, soprattutto a causa della necessità di operare una transizione verso una produzione energetica non più fondata sulle risorse fossili – e per questo il Medio Oriente perde la propria centralità strategica – ma sulle rinnovabili, le quali, anche a causa della fortissima spinta verso la digitalizzazione, hanno bisogno di un altro tipo di materie prime, di cui l’Ucraina è ricca, in particolare nella zona meridionale del Donbass (come spiega bene Giuseppe Sabella nel suo libro).
Chissà cosa accadrebbe se invece di invocare la pace, dai pulpiti televisivi o digitali i potenti affermassero qualcosa tipo: “Per non soccombere come popolo e come Stato, per non estinguerci al cambio di paradigma energetico, è necessario mantenere il possesso della coalizione occidentale delle principali miniere di terre rare e di gas naturale, a partire dal litio, di cui l’industria delle batterie avrà fortemente bisogno. Per questo non possiamo permetterci di lasciare alla Russia il controllo di queste zone, perché poi rifornirebbe esclusivamente la Cina, lasciando a noi il mero ruolo di consumatori di tecnologia. Ma non possiamo permettercelo, perché ora il mercato interno cinese è altrettanto ricco come quello europeo e americano e, ehi, forse questa è l’ultima occasione per avere un ruolo nella storia, condannati all’inutilità e all’estinzione, perché non abbiamo materie prime, abbiamo esportato le nostre industrie in Estremo Oriente e siamo incalzati dalle popolazioni giovani africane che hanno voglia di riprendersi il loro posto nel mondo. Voi da che parte state?”.
Allora lo scenario cambierebbe e sarebbe una grande operazione verità che lascerebbe in pace, appunto, la parola “Pace”, che ci piace tanto da difenderla dalla continua violenza che è costretta a subire.
E ora possiamo scambiarci un segno di pace.

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