Il 2025, tra solitudine e sfide inderogabili

Qualche giorno fa una giovane associazione di Martina Franca ha dato il via ad un cineforum, che tratterà i temi della solitudine e dell’alienazione. Temi forti, in particolare per chi ha più o meno trent’anni e tutta la vita davanti. Eppure l’associazione ha ritenuto urgente non solo approfondire attraverso i film questi argomenti, ma anche interrogarsi sulla possibilità di creare punti di relazione con le altre generazioni.

Il primo film proiettato è stato il 23 dicembre scorso “Taxi Driver”. Ad ogni visione il senso di tenerezza nei confronti del protagonista Travis Bickle, aumenta. Sebbene venga ricordato per alcune scene particolari, come l’atteggiarsi armato davanti allo specchio, il film ad ogni visione rivela una feroce critica nei confronti del sistema capitalista americano, che già alla fine degli anni ’70, mostrava la sua inumanità. Travis, reduce dei marines, prova a trovare il proprio posto nel mondo, fiducioso della promessa americana: ogni individuo può trovare la propria strada. Lui ci prova e ad ogni passo, come se fosse una spirale, si scontra sempre più duramente con le finzioni. Nonostante provi a instaurare relazioni con altri esseri umani – emblematica è scena alla cassa del cinema quando prova a conoscere il nome della cassiera – le uniche possibili sono quelle che avvengono dopo una transazione economica. Anche le discussioni tra colleghi, a tarda notte, possono avvenire solo se ci sono interessi economici in gioco: il tentativo di compravendita di una pistola, saldare un debito di pochi dollari. Quando prova a parlarne con Peter Boyle detto “Mago”, appoggiati al taxi, non solo le parole non vengono fuori, ma si assiste ad alcuni minuti di pura incomunicabilità. Travis Bickle vive sulla propria pelle quel senso di alienazione tra le promesse del sistema, rappresentate dal programma elettorale di Palantine, di cui però nessuno davvero conosce i contenuti, e la strada, che mostra il peggio dell’umanità, o meglio, dell’umanità che si relaziona solo attraverso una transazione economica, dall’acquisto di un caffè alla prestazione sessuale. Il film mostra in maniera molto cruda l’assenza totale di relazioni gratuite. Anche il finale, volutamente ambiguo, mostra quello che quel profeta di Mark Fisher aveva predetto all’inizio di quest’era digitale: il sistema capitalista assorbe l’anomalia e la trasforma in prodotto, in eccezione che conferma la regola. È il realismo capitalista. Travis per trovare il proprio posto nel mondo è “costretto” ad agire in solitaria, facendosi giustizia a colpi di proiettili. E solo dopo essere diventato quel mostro per cui provava ribrezzo, viene accolto nel sistema, rappresentato dal volto straordinariamente bello e angelico di Betsy.

Del resto tutta la produzione culturale americana, a partire dai film hollywoodiani, raccontano un’unica grande – ma falsa – storia: chi davvero ci crede, può riuscire a realizzarsi e addirittura a salvare il mondo. In solitaria. Questa è la sintesi estrema del mantra americano-capitalista: da soli si può fare tutto. Le relazioni non sono così importanti. Se c’è un problema, basta acquistare un prodotto e un servizio. Chirurgicamente separati, ogni segmento della relazione tra una persona e il resto del mondo, è divenuto un prodotto. Se dovesse capitare di trasferirsi in un nuovo appartamento, anonimo e grigio, in un palazzone enorme in qualche periferia di una megalopoli, basta ordinare con la propria app delle piantine e un televisore e finalmente torna il sorriso, come racconta lo spot di Amazon. Se il nonno volesse più tempo da passare con la nipotina, basta andare a fare la spesa alla Conad. Il messaggio è sempre lo stesso: sei felice solo se consumi. Che un po’ assomiglia alle dinamiche delle dipendenze patologiche.

Le piattaforme social, che sono state all’inizio uno straordinario strumento di autoorganizzazione, non fanno che reiterare il messaggio: siamo soli davanti al mondo.

Si produce e consuma socialità attraverso un sistema che alimenta l’individualismo fino a farci sentire soli davanti alla realtà. Soli davanti alle falle del sistema sanitario, soli davanti agli scempi della politica, soli davanti agli sconvolgimenti del mondo, soli davanti ai venti di guerra, soli davanti alla crisi del lavoro, all’inflazione, ai problemi più disparati, fino ai lutti. La solitudine è lo scarto del meraviglioso e sbrillucicoso sistema del successo. In realtà dall’alba delle società umane, i sistemi sociali, le strutture culturali e religiose, hanno creato riti per permettere al singolo di affrontare la pressione dell’inevitabile. La stessa etimologia del termine “religione” indica il motivo per cui è stata creata: tenere insieme, creare legami. I riti sociali sono serviti per tenere insieme le comunità, per dissolvere nella ritualità le tensioni personali, la pressione determinata da questo o da quel passaggio di vita. Dalla nascita alla morte tutto è stato ritualizzato, per alleggerire il carico esistenziale. La religione del successo individuale, messaggio primo e ultimo del sistema capitalista, produce alienazione perché è come se fossimo soli a dover sostenere la pressione di eventi su cui non possiamo davvero influire. E ci fanno perdere l’abitudine invece ad agire per cambiare quello che non ci piace. Soprattutto perché saremmo costretti ad interagire con chi non la pensa come noi. Nelle echo chamber in cui ci siamo rifugiati non c’è cittadinanza per chi non è allineato al nostro pensiero, qualunque esso sia. L’abitudine alle relazioni complesse, umane, non determinate dalle piattaforme, viene sempre meno, fino a renderci incapaci di stare insieme. Il risultato finale è stare soli in un appartamento anonimo, ma pieno di prodotti acquistati online.

Chi non consuma, non è cittadino del sistema.

Non c’è un antidoto a questa spirale, o meglio, non c’è una soluzione condivisa. Occorre andare a tentativi, consapevoli di non ottenere risultati positivi nell’immediato, ma di stare a costruire un sistema più resiliente per le sfide che ci attenderanno, come società, ma anche come singoli individui. Altrimenti il rischio è che si diventi tutti come Travis Bickle.

L’augurio per questo 2025 è quindi provare a tornare a fare qualcosa insieme, senza la necessità di produrre qualcosa, di consumare qualcosa, per sentirsi parte di una storia condivisa, all’interno della quale trovare senso e dimensione della nostra storia individuale. Se vecchi riti muoiono, altri ne dovranno sorgere, creando nuovi miti, e nuove comunità, ma come società e non come individui. A partire dalla politica, che ha bisogno ora come non mai di nuove storie in cui identificarsi, in nuove speranze verso cui tendere, in modo da riconquistare un pezzetto della fiducia persa negli anni, del ruolo di zimbello che troppo spesso occupa. Ma non solo: è tempo che anche gli imprenditori di questa città decidano di partecipare al suo sviluppo, offrendo le proprie competenze e le proprie relazioni, lasciandosi magari coinvolgere in progetti collettivi. È tempo che la competizione da Stradone venga messa da parte, archiviata come rito antico e anacronistico. Ne occorrono di nuovi, capaci di generare relazioni, senso e legame.

Soprattutto perché mentre l’attenzione di noi tutti è concentrata su ciò che è visibile, un pezzo alla volta il nostro territorio, la nostra casa, viene svenduta, anche grazie alla connivenza di chi non vede la propria terra come la propria casa, ma come qualcosa da trasformare in ricchezza personale, novelli Matthew Higgins dall’accento martinese.

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