L’ultima prescrizione medica di Silvestro Chiarelli

di Roberto Romano

“Medice cura te ispum”, medico, cura te stesso. Non so perché ho sempre attribuito la conoscenza di questo versetto del Vangelo di Luca a Silvestro Chiarelli, il medico.

Silvestro Chiarelli è stato forse una di quelle persone che più di tutti, almeno per me, ha incarnato la medicina esattamente per quella che è: un’arte, non una religione, artigianato puro. Saper fare, pochi fronzoli, se è possibile, poche medicine, il resto tutta esperienza.

Silvestro Chiarelli ci ha lasciato lunedì scorso, assistito dalle cure amorevoli dei suoi familiari che fino a poco tempo fa ignoravo dell’esistenza. La mia conoscenza con il “dottore” si è fermata a quando era il nostro medico di famiglia. Voce gracchiante, sempre un tono in più rispetto ai comuni mortali, sempre propensa a redarguire i suoi pazienti facendoli sentire “ignoranti”, nel senso letterale del termine, sempre autoritaria e denigratoria.

Credo che quei metodi burberi praticati in via Mercadante, nel suo studio dal quale si accedeva percorrendo una rampa di scalini ripidissimi, servissero a pacificare i malati, ad allontanare la morte, a renderli immuni dalle paure. La sua voce riportava il malato nel mondo reale, allontanandolo dal mondo fantastico e tenebroso nel quale il paziente sempre si rintana. Poteva essere un parto, un tumore o un semplice raffreddore, lui per tutti aveva lo stesso tono. Davanti alla malattia vera o presunta “il medico” doveva essere giudice imparziale e le “lavate di testa” in questi casi servivano più delle medicine. Erano altri tempi, l’intelligenza artificiale, Google e gli pseudo medici online, il film con Robin Williams nei panni di Patch Adams erano fantascienza.

Ricordo che mia madre preoccupata per un mio raffreddore che spesso si trasformava in otite chiese se c’era un farmaco che potesse curarmi. Lui le rispose di andare al mare e di ficcarmi la testa sotto l’acqua, più e più volte. Io lo feci per davvero, da solo, e il raffreddore mi passò.

Nel suo studio tutti lo guardavano con reverenza, timore, non sapevi mai come avrebbe reagito alla tua malattia. Ricordo gli anziani, le mamme preoccupate con i loro figli che piangevano, le urla oltre la porta dove si accedeva uno per volta, la sua scrivania piena di fogli dove campeggiava un librone che ogni tanto consultava togliendosi gli occhiali. Non so quanti pazienti aveva ma c’erano sempre un sacco di persone. Poi un giorno decise di andare in pensione, noi cambiammo medico, e di lui non seppi più nulla.  

Oggi Silvestro Chiarelli resta nei ricordi di quei bambini e di quei genitori, ora attempati, che terrorizzati dalla sua figura ma sopravvissuti alle malattie affollano studi di altri medici, forse più umani, ma ai quali, il più delle volte, si nascondono verità come ricorda di non fare in una celebre opera Fedor Dostoevskij.

La frase nel vangelo di Luca per intero recita “medice, cura te ipsum et quae intra sunt da” (medico, cura te stesso e ciò che è dentro di te). Ecco credo che Silvestro Chiarelli ci lascia questo insegnamento straordinario e ognuno di noi dovrebbe farne tesoro sia solo per il fatto di non sentirlo ancora una volta sbraitare.

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