In queste ore, a Roma, si discute dell’accordo di programma, di cui nessuno di quelli chiamati a firmarlo – le istituzioni locali – sono stati messi a conoscenza nella sua interezza. La vicenda è complessa: c’è in gioco non solo il futuro dei diecimila operai, e quindi della ricchezza dei territori, il modello produttivo, lo sviluppo della comunità, ma anche il ruolo strategico e geopolitico dell’Italia nel Mediterraneo e con gli alleati occidentali. Ad ogni livello corrisponde un conflitto tra diversi portatori di interesse. Quello che sta accadendo però può essere riassunto dal commento dello storico e intellettuale tarantino Salvatore Romeo, che sul suo profilo il 28 luglio scorso, scriveva:
“Da una decina d’anni a questa parte a Taranto va in scena un canovaccio con poche varianti: il governo (ne sono passati parecchi e di tutti i colori) rifiuta di assumersi impegni risolutivi riguardo al futuro del siderurgico, lasciando così che la comunità locale si dilani intorno a questioni su cui può poco. Nel frattempo lo scenario di una chiusura senza sbocchi, senza investimenti in bonifiche e riconversione, si fa sempre più prossimo.
In queste circostanze, la decisione del ministro Urso di rimettere alle istituzioni locali la scelta se sottoscrivere o meno un accordo di programma che delinea nientemeno che la trasformazione nel lungo periodo del ciclo produttivo va denunciata per quella che è: un ricatto – o accettate le nostre condizioni o vi tenete il carbone a tempo indeterminato”.
Le dimissioni del sindaco Piero Bitetti, a quanto pare ritirate qualche minuto fa, sono avvenute per “inagibilità politica”, che in un primo momento sembravano scaturite come reazione alle proteste che avvenivano sotto Palazzo di Città, ma in realtà sono servite a far uscire allo scoperto le posizioni di tutti gli attori coinvolti, a cominciare dal governatore della Puglia Michele Emiliano, che fino a qualche ora fa si candidava ad essere mediatore della trattativa, salvo poi ammettere che l’accordo andava firmato e poi ripensarci, qualche ora dopo le forti dichiarazioni del Presidente della Provincia di Taranto, Gianfranco Palmisano:
Non mi hanno inviato nessuna bozza di accordo e quindi non so cosa dovrei firmare. Inoltre, non è assolutamente opportuno firmare in assenza del sindaco di Taranto, anche perché la maggioranza del Consiglio comunale di Taranto ha dato un indirizzo chiaro con un comunicato dichiarando di non firmare nessun accordo. Quindi la maggioranza eletta democraticamente. Infine – ha aggiunto Palmisano – non ho una copertura politica. Ce l’ho parzialmente del mio partito, il Pd, mentre tutti i partiti del campo largo sono completamente silenti. E oltre a tutti questi dubbi, dopo aver sentito alcuni avvocati amministrativisti abbiamo anche quelli relativi alla validità di questo documento dell’accordo proprio perché manca il Comune di Taranto. Ma ribadisco: io non ho avuto
Una posizione salutata con favore da Alessandro Marescotti, punto di riferimento per il mondo ambientalista tarantino e nazionale.
Mentre la piazza tarantina chiede la chiusura dello stabilimento, senza se e senza ma, i sindacati si trovano in una situazione pericolosa. Sono preoccupati per i livelli occupazionali, ma anche della salute della città. E per esperienza, sanno che occorre tenere quanto più possibile legata al territorio la proprietà dello stabilimento, anche se si dovesse decidere di chiudere e bonificare, perché occorrono impegni congiunti e risorse:
Di fronte alle scelte legate al processo di decarbonizzazione il caos generato fa sì che il territorio rischia di non essere protagonista, perché di fatto, con questa attuale condizione il governo potrà decidere, da solo e senza condizionamenti, la strada che riterrà opportuno percorrere. E poi non ci sarà più spazio per contrastare le scelte prese dall’alto dopo sessant’anni di sofferenza della nostra comunità.
Quella a cui ci troviamo di fronte è, probabilmente, l’ultima vera possibilità che abbiamo, sempre come comunità, di pretendere impegni vincolanti da parte di tutti i livelli istituzionali attraverso la presentazione di un progetto serio, sostenibile, reale che sia in grado di conciliare i diritti costituzionali richiamati.
Come suggerisce il post di Salvatore Romeo, per l’ennesima volta ci troviamo a giocare (o subire) una partita delicata in cui c’è in gioco l’autodeterminazione del nostro territorio. Le istituzioni locali, le associazioni, i partiti, i sindacati, sono chiamati ad avere un’opinione su scelte decise altrove ma le cui responsabilità ricadranno sul sindaco di turno, sul segretario del sindacato, sulla piazza di oggi, quando le decisioni vere sono prese altrove. Le milioni di tonnellate di acciaio, la nave, le bonifiche, le malattie, i disoccupati, il carbone, le manifestazioni, non sono il cuore della vicenda, ma sono una conseguenza del gioco di potere. Gli amministratori locali lo sanno, considerando che secondo quanto affermano non sono venuti in possesso di nessuna bozza di accordo. Come è possibile discutere e eventualmente firmare un protocollo così delicato se non si è avuto il tempo di studiare?
Ma soprattutto, se il territorio (istituzioni comprese) dovesse decidere che l’Ilva dovrà chiudere, come potrà far valere la propria posizione? Le istituzioni locali hanno davvero il potere di andare in questa direzione, fortemente chiesta ormai dalla stragrande maggioranza dei tarantini e degli abitanti della provincia?

Lascia un commento