Chiaramaria Stani, la scienza al servizio della ricerca storica

Dal primo agosto del 2024, su proposta del prof. Mario Castellana, già docente di ‘Filosofia della scienza’ presso l’Università del Salento, l’Amministrazione Comunale di Martina Franca ha approvato una delibera  per istituire un ‘Elenco di studiosi martinesi’ nelle varie discipline, impegnati sia a livello accademico che negli istituti di ricerca  pubblici e privati; sino ad ora hanno presentato i relativi curricula circa quaranta di loro. L’obiettivo di tale iniziativa è quello di far conoscere i loro contributi alla ricerca e di organizzare degli incontri dove potranno esporre i risultati; ne sono stati organizzati già diversi in tal senso e altri sono programmati. Con il prof. Mario Castellana si è pensato di intervistarli. Ecco di seguito la prima intervista.

Intervista a Chiaramaria Stani, Ricercatrice presso Elettra Sincrotrone Trieste

Dove ha compiuto i suoi studi?

Dopo il diploma al Liceo Scientifico “Enrico Fermi” di Martina Franca, ho conseguito la laurea triennale in Scienze e Tecnologie per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali e successivamente la laurea magistrale in Scienze per i Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Parma. Ho poi proseguito il mio percorso accademico nella stessa università, conseguendo il dottorato in Fisica applicata (ai beni culturali, ambientali, biologia e medicina), con una tesi incentrata sullo studio dei processi di conservazione del collagene in reperti mummificati antichi, mediante la Spettroscopia Infrarossa a Trasformata di Fourier.

Come si è sviluppata la passione per la ricerca?

La ricerca è arrivata un po’ per caso. In realtà avrei voluto fare la restauratrice, ma mi sono resa conto quasi subito che il percorso di studi intrapreso mi avrebbe naturalmente condotta verso la ricerca, che fosse in ambito aziendale, accademico o in un centro internazionale. Sono sempre stata portata per le attività pratiche, e ho capito che anche l’attività di laboratorio, dalla raccolta e osservazione dei campioni, alla loro preparazione e analisi, mi piaceva. La possibilità di ricavare una quantità straordinaria di informazioni sul nostro passato da un frammento microscopico di materiale mi ha sempre affascinato.

In quale campo ha concentrato la sua ricerca?

Grazie alla mia formazione specifica, la mia attività si concentra principalmente sull’analisi e lo studio dei beni culturali, dei manufatti storici e dei reperti archeologici, utilizzando diverse tecniche analitiche, con una particolare specializzazione nella spettroscopia infrarossa.

Ci può descrivere alcuni dei risultati ottenuti?

Negli ultimi anni ho avuto la possibilità di studiare materiali estremamente diversi. Grazie a numerose collaborazioni nazionali e internazionali, abbiamo analizzato la composizione chimica di microscopici residui organici prelevati da strumenti litici del Paleolitico, utilizzati per la caccia e per attività domestiche, ricostruendo la “ricetta” di antichi adesivi impiegati per il fissaggio degli utensili ai loro supporti. Abbiamo studiato le tecniche costruttive di Antonio Stradivari, scoperto la composizione di un inchiostro romano del I secolo rinvenuto intatto nel suo calamaio in bronzo, e identificato gli ingredienti di un’antica pozione a base di sostanze psicotrope utilizzata nei rituali in onore del dio Bes, divinità protettrice della fertilità nell’Antico Egitto.

Quali potranno essere i benefici?

Lo studio dei beni culturali ci consente di ottenere un’enorme quantità di informazioni, sia sul passato che sul presente degli oggetti analizzati. Conoscere la composizione di un manufatto antico permette di identificare le materie prime utilizzate, la loro provenienza e reperibilità, ricostruendo così antiche rotte commerciali.
Ci aiuta a comprendere il livello tecnologico e cognitivo raggiunto da una determinata civiltà, e a valutare lo stato di conservazione attuale dell’oggetto, individuando i meccanismi di degrado in atto. Queste informazioni sono fondamentali per pianificare interventi di restauro mirati e protocolli di conservazione che garantiscano la fruibilità delle opere d’arte per le generazioni future.

Quali sono i suoi interessi negli ultimi tempi?

Attualmente, fra le altre cose, mi sto occupando dello studio dei meccanismi di degrado di alcuni pigmenti a base di zinco e arsenico impiegati in opere d’arte, e di un’analisi sugli inchiostri utilizzati per i tatuaggi nella seconda metà dell’Ottocento.

Lavorando in un ente di ricerca internazionale, come vede la situazione della ricerca italiana?

La situazione della ricerca in Italia è, purtroppo, estremamente critica. La competizione in ambito accademico è molto elevata, mentre le possibilità di stabilizzazione sono sempre più ridotte e talvolta condizionate da logiche di potere interne. Lavorare in un ente di ricerca internazionale – e, nel mio caso, nell’unico sincrotrone presente in Italia – garantisce sicurezza e stabilità solo a un numero molto ristretto di ricercatori.
Mi considero estremamente fortunata a far parte di questo gruppo: sono stata recentemente assunta a tempo indeterminato. Per raggiungere questo traguardo, tuttavia, ho dovuto affrontare anni di sacrifici, tra cui otto anni di precariato, durante i quali la dedizione totale al lavoro – spesso a discapito della vita privata e, in parte, della salute psicofisica – era accompagnata dalla costante incertezza sul mio futuro. Ho visto colleghi e amici, meno fortunati di me, che alla scadenza dell’ennesimo contratto a termine hanno dovuto cambiare settore, trasferirsi all’estero o addirittura in altri continenti, lasciando dietro di sé affetti e legami.
A questo si aggiunge il problema delle pubblicazioni: in Italia, il lavoro dei ricercatori è valutato quasi esclusivamente in base al numero di articoli pubblicati, più che alla loro qualità. Il sistema dell’open access, pur nato con buone intenzioni, finisce spesso per aggravare il problema: le case editrici internazionali si comportano come vere e proprie lobby, e senza essere un nome influente – o senza pagare migliaia di euro/dollari – è difficile pubblicare, indipendentemente dal valore scientifico della ricerca.

Ad un giovane che voglia intraprendere l’attività di ricerca, cosa consiglierebbe?

Verrebbe da dire: cambiare idea il prima possibile e scappare a gambe levate!
Scherzi a parte, se si è davvero convinti al 100% che questa sia la strada giusta, consiglierei di scegliere con estrema attenzione il gruppo con cui svolgere il dottorato. Lavorare in un gruppo di ricerca solido, ben strutturato, guidato da un docente o da un ricercatore di grande esperienza, in grado di orientare, scandire con chiarezza i tempi e gli obiettivi della ricerca, e ottenere finanziamenti internazionali di alto livello, può aprire molte porte e offrire importanti opportunità di carriera. E poi, prepararsi ad affrontare anni di sacrifici e scelte difficili.

Continua ad avere rapporti col nostro territorio?

Attualmente pochi. Ho avuto la possibilità di analizzare reperti archeologici paleolitici provenienti da siti abitati da Homo sapiens e Neandertal in Puglia, ma si trattava di scavi diretti dall’Università di Siena.
In quanto sincrotrone, Elettra mette a disposizione un insieme di laboratori di ricerca di altissimo livello, offrendo accesso gratuito a ricercatori che abbiano bisogno di strumentazioni all’avanguardia. Siamo sempre pronti ad avviare nuove collaborazioni, e spero che in futuro questo possa avvenire anche con università ed enti di ricerca della regione Puglia.

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