Attrarre i giovani e guardare a sud, consapevoli che la “questione meridionale” non è mai stata superata e che probabilmente l’Occidente non ha le giuste categorie per leggere quanto sta accadendo intorno. «Basti pensare che per arrivare a Taranto da Roma ci vogliono sette ore». Pierluigi Fagan lo incontriamo a margine di una giornata di approfondimento sul tema della complessità, organizzata a Taranto dal Centro di Cultura “Lazzati”.
Fagan, scrittore e fine osservatore, è ormai un punto di riferimento sul tema della “complessità” applicato ai contesti geopolitici ed economici. Ex pubblicitario, da qualche anno si dedica assiduamente allo studio. A Taranto ha presentato il suo ultimo libro “Benvenuti nell’era complessa”insieme a Mario Castellana, già docente di storia della filosofia di Unisalento, e ad Alberto De Toni, sindaco di Udine e già rettore della locale università.
«Il motivo di questo libro è il rifiuto del catastrofismo. Stiamo vivendo l’incapacità dell’Occidente di leggere quanto sta succedendo, fenomeno connessi, da Trump a Gaza». Ovvero: nonostante accadano alcune cose, l’Occidente sembra aver perso gli occhiali per interpretarli e mettere tutto a sistema. Ma è già succeso: «È come con Galileo, che è stato messo a morte nel 1600, mica nel medioevo. L’Inquisizione nasce nel 1500, in pieno Umanesimo. Stiamo vivendo questo disallineamento tra la complessità del mondo e come lo leggiamo, con conseguenze anche per le nostre Istituzioni. E quando il sistema perde il grip di dominio sull’immagine del mondo, diventa feroce. Dopo la Rivoluzione Francesce c’è stato il Terrore». Se l’Inquisizione è tornata, da qualche parte però c’è un nuovo Umanesimo: «È la teoria della complessità, la capacità di mettere insieme tutto, in maniera olistica. Viviamo il problema dell’iperspecializzazione, e lo si vede a volte quando si frequentano le Università: tanti sono chiusi nella loro disciplina. È un po’ come il gioco a zona nel calcio. Non hai una posizione fissa, ma sai chi sta alla tua destra, chi sta alla tua sinistra, insomma, intorno a te. Tutto il sistema si muove. Ora invece non solo non percepiamo che facciamo parte di una squadra, ma pensiamo di essere gli unici giocatori in campo e per di più campioni». Un concetto che vale anche per territori come la Puglia o Taranto. «Dovreste guarda cosa succede nel Mediterraneo, che opportunità ci stanno di dialogo attivo, diciamo così, con la costa nord-africana, quindi anche con una certa parte dell’Islam. Occorre capire chi è il vostro mondo circostante. Siete più vicini a Tripoli che a Milano. E non dovete dimenticare che la Questione Meridionale esiste ancora. Basta prendere le statistiche dell’Istat: non si può negare il problema. Oppure basti pensare che da Roma a Taranto ci vogliono sette ore di treno. Occorre invitare la gente ad un approccio multidisciplinare, a mettere insieme cose diverse. Se si parla di acciaio, bisogna pensare che Trump vi ha messo su dazi pesanti. L’industria italiana è andata, quanto mercato davvero ci sarà?». Guerra a parte. «Vedrete che si investirà più sulle armi elettroniche». Eppure nell’era complessa non mancano i buoni esempi da seguire: «Ieri per esempio ho chiesto a chi mi ha ospitato a Taranto com’è la situazione giovanile. Mi dicevano che vanno via, perlomeno i più bravi se ne vanno. E io raccontavo l’esperienza di Austin, Texas, che era stritolata tra Houston e San Antonio. Il sindaco ha avuto la brillante idea di regalare gli alloggi ai giovani, quindi potevano andare fuori dalla famiglia, non pagando l’affitto e questo ha portato anche da fuori molti ragazzi. È la differenza tra ingegneria e agricoltura. L’ingegnere strappa il filo d’erba, mentre l’agricoltore innaffia. È un’azione indiretta. Austin poi è diventata la capitale dell’industria musicale, e si è trasferita lì AT&T. Quando i giovani stanno insieme, fanno cose e inventano, vanno messi nella condizione di agire».

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