Intervista a Donatella Del Vescovo professore associato in Diritto dell’Unione europea presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università degli studi di Bari, aderente al Forum della Ricerca di Martina Franca (tutte le altre interviste sono qui).
Dove ha compiuto i suoi studi?
Dopo il diploma di maturità conseguito presso il Liceo Classico Tito Livio, mi sono laureata con il massimo dei voti presso l’Università degli Studi di Bari, ho successivamente conseguito, sempre con il massimo dei voti, la specializzazione in “Diritto ed Economia delle Comunità Europee” presso la Facoltà di Economia e Commercio della stessa Università. Ho poi ottenuto il Dottorato di ricerca in “Diritto internazionale” presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Siena, approfondendo in particolare le intersezioni tra ordinamento internazionale e integrazione europea.
Il mio percorso accademico e scientifico si è sviluppato prevalentemente nell’ambito del Diritto dell’Unione europea: per quattordici anni sono stata Ricercatrice in tale settore presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, svolgendo attività di ricerca, didattica e partecipazione alla vita istituzionale dell’Ateneo. Nel corso di questo periodo ho maturato una solida esperienza nell’analisi dei principali snodi dell’ordinamento dell’Unione, con attenzione ai rapporti tra diritto UE e ordinamenti nazionali, ai meccanismi di tutela giurisdizionale e all’evoluzione delle politiche europee.
Successivamente sono rientrata all’Università degli Studi di Bari, dove ho ripreso l’attività di insegnamento come docente presso il Dipartimento di Scienze Politiche, proseguendo l’impegno nella ricerca e nella formazione universitaria con un focus costante sulle dinamiche dell’integrazione europea e sulle implicazioni giuridico-istituzionali dei processi decisionali dell’Unione.
Come si è sviluppata la passione per la ricerca?
La mia passione per la ricerca non è nata all’improvviso: si è formata nel tempo, grazie a un incontro decisivo che ha orientato in modo profondo il mio percorso accademico. Gran parte del merito va, infatti, a una figura per me fondamentale: il Prof. Ennio Triggiani, Professore emerito di Diritto dell’Unione europea, che ho avuto la fortuna di conoscere durante gli anni della formazione. Ha creduto fin da subito nelle mie potenzialità, investendo con generosità nella nostra collaborazione e accompagnandomi, passo dopo passo, dentro il “laboratorio” della ricerca: il metodo, la cura delle fonti, la responsabilità dell’argomentazione, il confronto scientifico.
Sin dai primi lavori mi ha introdotta concretamente nella dimensione della ricerca, non come esercizio astratto, ma come esperienza viva fatta di studio rigoroso, domande difficili e perseveranza. Mi ha dedicato tempo, energie e un’attenzione rara, contribuendo a trasformare la curiosità iniziale in una vocazione stabile e consapevole. In quel contesto ho compreso quanto la ricerca non significhi soltanto produrre risultati, ma anche costruire un modo di pensare: critico, ordinato, capace di cogliere connessioni tra fenomeni giuridici, economici e istituzionali, e di leggere l’evoluzione dell’Unione europea con sguardo lucido e aggiornato.
Con il passare degli anni, tuttavia, il percorso professionale mi ha richiesto scelte impegnative. Per ampliare le possibilità di crescita e di carriera ho dovuto lasciare la mia terra, affrontando una mobilità continua tra diverse città italiane e periodi all’estero. È stato un cammino ricco di opportunità e di formazione, ma anche segnato da sacrifici significativi: rinunce personali, cambiamenti frequenti, adattamenti non sempre semplici, e la necessità di ricominciare più volte in contesti nuovi. Ogni tappa, però, ha contribuito ad arricchire il mio bagaglio umano e scientifico, rafforzando la determinazione e consolidando una prospettiva più ampia e internazionale sul diritto e sulle sue trasformazioni.
Oggi, dopo questo itinerario intenso, considero un traguardo importante l’essere finalmente rientrata a Bari, dove ho potuto ricongiungere le radici personali con la continuità del lavoro accademico. Tornare non ha significato “ripartire da capo”, ma riportare a casa un’esperienza maturata altrove: competenze, reti scientifiche, e una consapevolezza ancora più forte del valore della ricerca come strumento di comprensione e di servizio, capace di incidere sulla formazione degli studenti e sul dibattito pubblico.
In quale campo ha concentrato la sua ricerca?
Nel corso della mia attività di ricerca ho approfondito più filoni, accomunati da un tratto costante: l’attenzione ai rapporti tra diritto internazionale e diritto dell’Unione europea, soprattutto nei settori in cui l’azione dell’UE si intreccia con regole globali e con interessi economici e strategici.
Un primo ambito, che ha segnato l’avvio del mio percorso scientifico, è stato quello degli appalti pubblici nel diritto internazionale. Mi sono occupata, in particolare, del quadro multilaterale dell’OMC e delle modalità con cui esso viene recepito e attuato nell’ordinamento comunitario. Questo lavoro ha portato alla pubblicazione di due monografie: “Il sistema OMC degli appalti pubblici e la sua attuazione nel diritto comunitario” (2001) e “Gli appalti pubblici nel diritto internazionale e comunitario” (2006). In quella fase mi interessava capire come si costruiscano regole comuni capaci di garantire apertura dei mercati, trasparenza e concorrenza, e quali siano i margini di autonomia dell’Unione nel bilanciare interessi pubblici e logiche economiche.
Successivamente ho orientato le mie ricerche verso un tema diverso, ma altrettanto emblematico delle sfide transnazionali: il contrasto alla pesca illegale. Qui il punto centrale era osservare come l’Unione europea utilizzi strumenti normativi e di politica estera per incidere su fenomeni globali che hanno ricadute ambientali, economiche e sociali rilevanti. Questo percorso è confluito nella monografia “Il contrasto alla pesca illegale nel sistema dell’Unione europea e nelle organizzazioni internazionali” (2018). Proprio questo lavoro mi ha offerto anche un’opportunità particolarmente significativa: una prestigiosa collaborazione con la Commissione europea, che ha rappresentato un riconoscimento importante e, al tempo stesso, un’occasione di confronto diretto tra ricerca accademica e pratiche istituzionali.
Negli anni più recenti, infine, mi sono concentrata sui rapporti tra l’Unione europea e i Paesi in via di sviluppo, con un’attenzione specifica all’evoluzione dei modelli di cooperazione e ai loro risvolti giuridici e istituzionali. Da questa linea di ricerca è nata l’ultima monografia, “Il Partenariato ACP-UE: Profili giuridici e sviluppi istituzionali” (2025), che analizza trasformazioni, strumenti e prospettive di un partenariato storico per l’azione esterna dell’Unione.
In sintesi, la mia ricerca si è mossa tra regole del commercio internazionale, governance globale e politiche esterne dell’UE, con l’obiettivo di comprendere come il diritto possa essere un vero motore di regolazione, cooperazione e responsabilità in contesti sempre più interdipendenti.
Ci può descrivere alcuni dei risultati ottenuti?
Certamente. Uno degli aspetti più gratificanti del mio lavoro di ricerca è stato constatare come alcuni risultati scientifici abbiano avuto ricadute concrete, trasformandosi in collaborazioni istituzionali e in occasioni di confronto diretto con chi, quotidianamente, è chiamato a costruire e applicare regole.
Un primo risultato importante è stato l’incarico, nel 2012, come consulente del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, nell’ambito del Dipartimento delle Politiche Europee e Internazionali (all’epoca afferente alla Direzione Generale competente per pesca marittima e acquacoltura). In quella cornice mi è stata affidata una ricerca svolta a nome del Ministero sul tema: “L’attività di pesca nel riparto di competenze tra Stato e autonomie territoriali”. Si trattava di un lavoro particolarmente delicato, perché coinvolgeva un nodo classico del nostro ordinamento: l’equilibrio tra competenze statali e regionali in un settore che, per sua natura, è fortemente condizionato anche dal diritto dell’Unione europea. L’obiettivo era offrire un’analisi solida e utilizzabile sul piano tecnico-giuridico, capace di chiarire criticità e possibili linee di coordinamento tra livelli di governo.
Un altro risultato, altrettanto significativo, è rappresentato dal riconoscimento del mio profilo come esperta della Commissione europea in materia di pesca, incarico che svolgo a partire da maggio 2019 e che prosegue tuttora. In questo ruolo, affianco le attività della Commissione fornendo consulenza specialistica soprattutto nella fase “a monte”, cioè quando la regolamentazione europea è ancora in fase di proposta e occorre valutarne coerenza giuridica, impatto e compatibilità con il quadro normativo complessivo dell’Unione e con gli obblighi internazionali. È un’esperienza preziosa, perché consente di osservare dall’interno come nasce una norma europea: quali sono le priorità politiche, i vincoli tecnici, gli interessi in gioco e, soprattutto, come si cerca di trasformare obiettivi complessi, come la sostenibilità delle risorse marine e il contrasto alle pratiche illegali, in strumenti giuridici efficaci.
Queste esperienze, nel loro insieme, hanno consolidato un punto per me essenziale: la ricerca non è solo produzione di conoscenza, ma può diventare supporto alla decisione pubblica, contribuendo a rendere le politiche più coerenti, più fondate e, quando possibile, più capaci di raggiungere i risultati attesi. Inoltre, il dialogo con le istituzioni ha arricchito anche la mia attività accademica, perché mi ha permesso di portare nella didattica e nei percorsi di ricerca una visione più aderente ai problemi reali e alle dinamiche concrete della governance europea.
Quali potranno essere i benefici della sua ricerca?
Nel mio caso la domanda si traduce in una cosa molto concreta: in che modo ricerche apparentemente tecniche, su pesca, appalti, cooperazione allo sviluppo, finiscono per migliorare la vita collettiva? La risposta è: più di quanto sembri, perché questi temi toccano risorse, soldi pubblici, legalità, ambiente e credibilità delle istituzioni.
La ricerca sugli appalti pubblici ha un impatto diretto su un nervo scoperto della democrazia: come si spendono i soldi dei cittadini. Regole chiare, trasparenti e coerenti con il diritto UE e internazionale significano procedure più corrette, meno contenzioso e soprattutto meno spazio per opacità e distorsioni. Per il pubblico questo si traduce in un beneficio semplice da capire: servizi e opere migliori, tempi più certi, maggiore fiducia nel fatto che la spesa pubblica risponda all’interesse generale e non a logiche “di corsia preferenziale”. In più, un quadro regolatorio ben costruito aiuta anche le imprese, soprattutto quelle corrette, perché riduce l’incertezza e rende il mercato più accessibile e competitivo.
Il filone sulla pesca illegale ha benefici ancora più tangibili, perché riguarda tre cose che entrano direttamente nelle vite di tutti: tutela dell’ambiente, sicurezza alimentare ed economia. Contrastare la pesca illegale significa proteggere gli ecosistemi marini e la biodiversità, ma anche difendere i pescatori che rispettano le regole (che altrimenti subiscono concorrenza sleale) e garantire che ciò che arriva sulle nostre tavole sia tracciabile e conforme agli standard. In termini pubblici, vuol dire: mari più sani, filiere più pulite, consumatori più tutelati. E a livello di politiche europee, una regolazione più efficace riduce la “zona grigia” in cui prosperano sfruttamento, frodi, traffici e pratiche insostenibili.
C’è poi un beneficio meno visibile ma decisivo: lavorare sulla qualità giuridica e sulla compatibilità tra livelli (UE, Stato, autonomie territoriali, diritto internazionale) significa ridurre attriti e garantire che gli obiettivi pubblici non restino “slogan”, ma diventino misure realmente attuabili.
Infine, la ricerca sui rapporti tra UE e Paesi in via di sviluppo ha un valore pubblico particolare perché riguarda la postura dell’Europa nel mondo. Studiare strumenti come il partenariato ACP-UE aiuta a capire come l’Unione possa promuovere cooperazione, stabilità, sviluppo sostenibile e tutela dei diritti, evitando approcci puramente dichiarativi. Per il pubblico europeo questo ha ricadute indirette ma molto concrete: politiche esterne più efficaci significano relazioni internazionali più stabili, miglior gestione delle crisi, maggiore coerenza tra valori dichiarati e scelte operative, e anche un uso più responsabile delle risorse destinate alla cooperazione.
E poi c’è un beneficio che mi sta particolarmente a cuore: laformazione. Portare questi temi in Università significa offrire agli studenti una cassetta degli attrezzi per orientarsi in un mondo dove la dimensione europea non è un optional, ma una parte strutturale del diritto e delle politiche pubbliche. In altre parole: la ricerca non rimane confinata nei libri, ma diventa didattica, metodo, capacità critica e questo, nel lungo periodo, è uno dei regali più importanti che l’accademia possa fare alla società.
Come vede la situazione italiana relativa alla ricerca?
In Italia la situazione della ricerca, a mio avviso, resta problematica e richiede uno sguardo lucido, senza retorica. Il punto di partenza è semplice: la ricerca è spesso percepita come un costo, più che come un investimento strategico. Questo si traduce, nella pratica, in finanziamenti insufficienti e discontinui, in programmi che cambiano frequentemente e in una difficoltà strutturale a pianificare nel medio-lungo periodo, che invece è la dimensione naturale della ricerca di qualità.
Accanto alla questione economica c’è un tema di sostegno istituzionale e organizzativo. Troppo spesso il lavoro dei ricercatori è appesantito da procedure complesse, carichi amministrativi e una burocrazia che sottrae tempo all’attività scientifica e alla didattica. A questo si aggiunge una precarietà prolungata, che non riguarda solo il reddito o la carriera, ma incide sulla possibilità stessa di costruire un progetto scientifico coerente, una linea di ricerca continuativa, una squadra. La conseguenza è che molte energie vengono spese per “resistere” più che per innovare.
Un altro aspetto critico è la competizione spesso non equilibrata per le risorse disponibili: quando i fondi sono pochi, diventano inevitabilmente più selettivi, ma il rischio è che la selezione non premi sempre e solo il merito scientifico. Il sistema tende così a produrre effetti collaterali noti: frammentazione dei percorsi, dipendenza da occasioni episodiche, difficoltà a valorizzare davvero chi lavora con continuità e risultati.
Il dato forse più evidente è che questa combinazione di fattori alimenta la fuga di competenze. Molti giovani ricercatori, e non solo, scelgono l’estero o altri settori perché cercano contesti dove la ricerca sia maggiormente riconosciuta, finanziata e “protetta” da instabilità e improvvisazione. Questo non è soltanto un problema per l’università: è un impoverimento per il Paese, perché la ricerca è uno dei motori principali della crescita culturale, economica e istituzionale.
Detto questo, non parlerei solo di un quadro negativo. In Italia esistono eccellenze scientifiche, gruppi di ricerca solidi, capacità di competere a livello internazionale e una generazione di studiosi altamente formata. Il paradosso è proprio qui: il potenziale c’è, ma spesso viene valorizzato con fatica e a costo di sacrifici personali enormi. Per questo credo che la vera sfida sia trasformare l’energia individuale, che in Italia non manca, in un sistema stabile, capace di sostenere la ricerca con continuità, fiducia e risorse adeguate.
Ad un giovane che voglia intraprendere l’attività di ricerca, cosa consiglierebbe?
Direi una cosa molto onesta: è un mestiere bellissimo, ma non è un mestiere “gentile”. Consiglierei di scegliere la ricerca con passione, ma anche con grande lucidità: richiede metodo, costanza e capacità di reggere tempi lunghi e molta critica. Direi di puntare su un buon maestro e su un ambiente scientifico serio, di costruire presto una rete internazionale e di lavorare fin dall’inizio sulla qualità della scrittura e delle fonti.
E, insieme all’entusiasmo, di avere anche un piano realistico: la ricerca è una vocazione, ma è anche un lavoro, e va affrontata con consapevolezza.
Continua ad avere rapporti col nostro territorio?
Sì, continuo ad avere un legame molto vivo con il nostro territorio. A Martina torno spesso, soprattutto per motivi familiari: vengo a trovare i miei parenti e a mantenere quella dimensione affettiva e personale che per me resta fondamentale.
Allo stesso tempo, oggi la mia vita quotidiana si svolge principalmente a Bari, dove lavoro e porto avanti le attività accademiche. Però Martina rimane un punto di riferimento: è un luogo a cui torno volentieri e che continuo a sentire “mio”, anche se gli impegni professionali mi hanno portata altrove per molti anni.

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