Sabato 2 e domenica 3 maggio 2026, le sale di un palazzo storico di Martina Franca, in Corso Vittorio Emanuele 38, ospitano Intima, mostra personale dell’artista Giordano Santoro (Martina Franca, 1987). Il progetto si inserisce nel ciclo Itria Living Experience, format curato da Guido Immobiliare e da Dimoraeroom che apre al pubblico le dimore storiche della Valle d’Itria intrecciandole con esperienze culturali, e propone in questa occasione un dialogo tra patrimonio architettonico e ricerca artistica contemporanea.
Nove opere in garze gessate — sculture e un’unica sperimentazione pittorica — abitano per due giorni le stanze di una casa rimasta a lungo in silenzio. Bianchi calcarei, rossi pulsanti, ambienti sonori pensati per accordare il visitatore alla frequenza di ciascuna opera: Intima costruisce un percorso che non chiede di essere guardato, ma attraversato.
Una poetica della soglia
Il lavoro di Giordano Santoro si fonda su un gesto ricorrente: la costruzione di forme che custodiscono e insieme rivelano. Ovuli sospesi attraversati dalla luce (Compossibili), sfere che respirano nel ritmo di un cuore (Sistole e Diastole), urne che liberano emozioni nuove dal fondo della memoria (Urna d’amor vissuto), corazze che lasciano affiorare le viscere (Carne e Passione), bende che arginano senza pretendere di guarire (Tampona), tavole imbandite che svelano la violenza dei gesti più quotidiani (Incoscienti violenze conviviali), busti scissi e ricomposti dalla luce (Isole di perfezione in mezzo all’imperfezione), labbra rosse che sopravvivono alla cancellazione del bianco (D’un rosso incanto).
La garza gessata — tessuto che si fa pietra, pelle che conserva la memoria del corpo — è il linguaggio scelto dall’artista per parlare di ciò che sta più dentro: la ferita e la cura, la fragilità e la corazza, il ricordo che si svuota e l’emozione che ne nasce. Su questo bianco calcareo pulsa il rosso, quasi sempre localizzato come un cuore, un bacio, una traccia. In una sola stanza — quella dei Compossibili — il rosso rovescia la propria logica e diventa luce monocromatica totale: avvolge il visitatore, ne annulla i contorni, lo rende per qualche minuto parte dell’opera stessa.
Il dialogo con la casa
La scelta di un palazzo storico non abitato da tempo non è cornice ma componente attiva del progetto. Le pareti scarne, la patina dell’abbandono, il silenzio domestico che le stanze conservano dialogano naturalmente con opere che parlano di memoria, di custodia, di ciò che resta. Intima propone così un’esperienza doppia: attraversare le opere significa attraversare anche la casa, e viceversa. A ciascuna stanza è affidato un paesaggio sonoro pensato per agire prima sul corpo che sull’occhio, accordando il visitatore alla frequenza emotiva di ogni ambiente.
Il progetto sonoro è curato da Paolo Palazzo
Il titolo
Intima dichiara la qualità dell’esperienza proposta. Aggettivo e verbo insieme: ciò che sta più dentro, e insieme la chiamata che la mostra rivolge al visitatore — fermarsi, entrare piano, accettare di essere attraversati. Non un invito cortese, ma una soglia.

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