13 negato: ecco tutta la storia

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Cronaca


Martino Scialpi risponde con calma e precisione a tutte le domande. Sembra esserci abituato, dopo 31 anni di udienze e di processi (30, in totale, di cui alcuni non sono conclusi), in cui è stato vittima o imputato. La nostra è già la settima o l’ottava intervista e non sembra stanco di parlare. Nemmeno il suo avvocato, Donato Muschio Schiavone, il sessantesimo in questi trent’anni di aule e di carte bollate. Molti se ne sono andati, molti erano incompetenti. Pochi hanno avuto il coraggio di andare fino in fondo, di avere pazienza, forti, come dice l’avvocato, di due certezze giudiziarie “L’assoluzione del 1987 e le perizie che hanno dimostrato che i documenti prodotti dal Coni erano falsi“.

Una storia, questa, che sembra fatta di tante storie, una per ogni processo, una per ogni persona coinvolta. Una storia che sembra uscita direttamente dalla penna di Kafka.

Ma andiamo con ordine e raccontiamo dall’inizio.

Il 29 ottobre 1982 Martino Scialpi, commerciante di abbigliamento, si trovava a Ginosa per il mercato settimanale. Era un giovedì e come ogni giovedì a Ginosa, verso le nove e mezza arriva un ragazzo, Gigino, una specie di trovarobe, che si prestava ad andare a prendere giornali, sigarette, a giocare al Lotto per i commercianti del mercato. Gigino aveva una particolare predilezione per il mondo del calcio, conosceva benissimo le squadre e riusciva spesso ad azzeccare moltissimi risultati. Quel giorno Martino Scialpi si convinse a farsi giocare una schedina, lui che non giocava quasi mai, da Gigino: 500 lire nel bar “Le Bistrò” di Ginosa. La domenica successiva, quella in cui il Milan perse con il Catanzaro, quella schedina valeva un miliardo di lire.

O meglio, non quella domenica, ma il martedì successivo, perchè si dovevano aspettare due giorni prima che le quote venissero diffuse.

Martino Scialpi pensava che la sua vita sarebbe cambiata in meglio. Non poteva sospettare che in realtà sarebbe cambiata in peggio, che quel pezzetto di carta gli avrebbe causato 31 anni di processi, una separazione dalla moglie e spese per più di quattrocentomila euro.

Non lo sapeva quando andò in banca e gli consigliarono di andare direttamente al Coni di Bari. Non lo sapeva mentre andava a Bari, ma incominciò a sospettarlo quando lì gli dissero che la matrice della schedina nel loro armadio blindato non c’era.

Mica c’erano i computer come ci sono ora.

In quel momento inizia l’odissea di Scialpi. Quella schedina era stata giocata da Gigino, ne era sicuro, in un bar che esisteva che era a Ginosa, quella schedina era stata giocata il giovedì 29 ottobre 1981.

Ma per il Coni non era vero. Secondo l’articolo 14 del vecchio regolamento del Totocalcio, il Coni non c’entrava nulla nella vicenda, ma doveva essere risolta tra Scialpi e il ricevitore. Solo che il ricevitore non era autorizzato, ma questo lo scopriranno dopo. Scialpi, nel frattempo, era accusato di essere un truffatore e andava denunciato. Anzi, fu denunciato per furto aggravato, truffa, falsità materiale e violenza privata.

Non solo la schedina era falsa, ma si era appropriato del bollino che la autenticava. Ma il giudice di Taranto, nel 1987,  fece terminare il processo in istruttoria, senza neppure arrivare al dibattimento: le accuse erano false, Scialpi fu assolto, la schedina era autentica.

Una storia di aule e avvocati, e giudici, e Guardia di Finanza, e Ministeri, e ministeriali. Ma cosa era successo in pratica?

Il bar di Ginosa in cui Gigino giocò la famosa schedina n. 625 SA77494 aveva cambiato gestione, l’autorizzazione al gioco del Totocalcio non era ancora arrivata. Ma, probabilmente grazie ad un accordo tra il gestore e i funzionari del Coni, in quella ricevitoria si giocava comunque, solo che le giocate non erano valide. O meglio erano valide ma era come se si giocasse direttamente nella sede centrale di Bari. Il problema era tra Coni e Scialpi: il primo non voleva ammettere che c’erano delle irregolarità nella gestione delle ricevitorie, il secondo invece voleva essere pagato per quel tredici fatto quella domenica di Ognissanti del 1981 in cui il Milan perse tre a zero con il Catanzaro.

Il Coni produsse delle carte false. Letteralmente. Nel frattempo Scialpi spendeva denaro, in questa lotta impari tra apparati dello Stato e un singolo cittadino. Si lavorava di meno, impegnato nei processi, e col tempo la situazione in famiglia si aggravava, fino a portare alla separazione dalla moglie. Tutto inizia ad incrinarsi visibilmente nel 1995, quando una sentenza della Cassazione non viene eseguita dalla Corte d’Appello, quando era ormai diventato evidente che si sarebbe fatto di tutto per non darla vinta al piccolo commerciante di Martina Franca.

Sarebbe finito tutto allora. Male per Scialpi, bene per il Coni, che era riuscito a coprire le magagne dei suoi funzionari.

Se non fosse che il Coni denunciò, ancora una volta, Martino Scialpi per truffa. 

Quindi la giostra si rimise in movimento. Nel frattempo anche un regista si era interessato alla vicenda per farne un documentario, intervistò molte persone, tra cui Gigino e la sua famiglia, ma davanti al rifiuto del Coni si dovette fermare.

Sono passati altri anni, finchè un giudice del tribunale di Roma, Alfredo Matteo Sacco, il giorno 9 febbraio di quest’anno, osserva che il vecchio regolamento del Totocalcio era stato scritto per tutelare il Coni e non il giocatore e che quindi, grazie all’assoluzione del 1987, in cui si dimostra che la schedina era vera, non c’era nessun motivo per non pagare la somma, quel miliardo, che oggi vale 2.343.924,58 euro, e che quindi il Coni è tenuto a saldare, perchè anche se la sentenza è di primo grado, è esecutiva.

Martino Scialpi l’ha saputo qualche giorno dopo. Adesso è contento, sembra, anche se non è davvero finita. Ci sono altri processi in corso, ci sarà l’Appello e poi la Cassazione, ma quei soldi gli spettano, anche se il Coni ha dichiarato che non pagherà, l’ha detto il Tribunale di Roma, e su questo non ci piove.

 

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