Elezioni provinciali. Angelini al vetriolo. La maggioranza è in crisi?

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La sconfitta di Vincenzo Angelini alle elezioni provinciali è la dimostrazione plastica di un vuoto assoluto di politica all’interno del centrosinistra martinese. Pardon, precisiamo, all’interno del Partito Democratico di Martina Franca. Come è possibile che un partito che esprime un sindaco e un consigliere regionale eletto in maniera quasi plebiscitaria si infranga clamorosamente in qualunque progetto vada oltre l’Orimini? Non è la prima volta che accade, successe già ai tempi dell’elezione di Tamburrano, con la pernacchia fatta a Vito Pasculli, che fu ripagato col posto in giunta, lasciando entrare in Consiglio coloro che poi siglarono la caduta della prima amministrazione Ancona.

Senza lasciarsi prendere dalla nostalgia, proviamo a fare sintesi di quello che è accaduto: Vincenzo Angelini, renziano della prima ora, è candidato alle elezioni provinciali. A sostenerlo sono Nunzia Convertini, Alba Lupoli e Giuseppe Cervellera. Su di lui convergono tutti i consiglieri di maggioranza. I loro voti da soli sarebbero bastati per farlo eleggere. Domenica l’amara sorpresa: su sedici voti sicuri, solo undici sono andati ad Angelini. Ne mancano cinque (o sei, se si conta il voto di Peppino Chiarelli, che da tempo ammicca alla maggioranza).

Siccome tutti sono andati a votare, ma non si sa cosa hanno votato, e quindi nessuno può essere sicuro se non del proprio voto, a Palazzo Ducale si è squarciato il velo della fiducia. Uno vale uno senza più ipocrisie, ognuno fa partito a sè e il PD si dimostra, se ci fosse stato ancora bisogno, un comitato elettorale un po’ più folkloristico e burocratico.

Angelini non la prende benissimo. In una dichiarazione al Quotidiano dice: “È toccato a me, ma poteva essere chiunque di noi e questo è sconcertante.
Di politico c’è ben poco, c’è invece l’ignoranza, l’irresponsabilità, l’invidia e la mancanza di umiltà da parte di un gruppetto di cecchini, inconsapevoli delle conseguenze di questo gesto ignobile e vigliacco”. E anche: “Non pensavo che saremmo scesi ad un punto così basso. È gente miserabile, che non ha alcuna preparazione politica, ma che crede di poter scavalcare gli altri con questi colpi bassi, gente la cui parola vale meno di zero e che dovrebbe avere il coraggio di smascherarsi, ma non lo faranno mai, perché sanno di aver fatto un torto a Martina Franca prima ancora che a me e quindi preferiranno nascondersi dietro l’anonimato”.

Ma chi ne paga le maggiori conseguenze politiche è Nunzia Convertini, principale sponsor di Angelini. Già ieri sarebbe uscita dai vari gruppi WhatsApp politici (consiglieri, direttivi, comitati, segreteria) che nei tempi della disintermediazione e della comunicazione digitale è un serio gesto politico, perché va inteso come la volontà di interrompere la comunicazione. La traduzione potrebbe esserci già giovedì, in un direttivo straordinario convocato dal PD, durante il quale si dovrebbero prendere decisioni importanti. In questi anni, però, questo partito ci ha abituati che in queste situazioni non si reagisce. Vedremo cosa sarà cambiato con la Convertini dalla parte degli sconfitti.

Una corretta analisi politica della vicenda dovrebbe procedere almeno su tre livelli: i rapporti tra consiglieri; i rapporti tra consiglieri e partito; i rapporti tra consiglieri e sindaco.

Iniziamo dalla prima: nessuno può fidarsi più di nessuno. In giro a Palazzo Ducale ci sono consiglieri che si muovono secondo logiche diverse rispetto alla maggioranza. Chi sarà? Quali sono queste logiche? Se invece pensate che non c’era da sorprendersi, sarete d’accordo col punto seguente.

Il rapporto tra consiglieri e partito è semplice: sono autonomi. Anzi, se la logica vorrebbe che l’egemonia e la linea dovesse spettare al secondo, nella pratica è il contrario, perché nel PD di Martina Franca contano i voti e non le idee (se qualcuno vuole confutare questa tesi, si faccia avanti). L’impostazione è evidentemente pentassugliana: chi ha i voti comanda. E i consiglieri hanno sempre preteso di dettare la linea. Ma siccome ognuno agisce per proprio conto e per mandato dei propri voti, non risponde al partito e nemmeno al capogruppo e alla prima vera occasione questo arcipelago di interessi spesso contrastanti, è uscito a galla. Il problema è politico, il problema è strutturale.

Veniamo quindi al terzo e più importante punto: quale rapporto tra consiglieri e sindaco, quindi tra la maggioranza e il patto di mandato con chi amministra la città. Come noto, Franco Ancona fa il pontefice e non si intromette di cose mortali, salvo sostenere Melucci. Nonostante l’affiliazione al PD, sembra essersi tenuto alla larga dalla discussione e dalla campagna elettorale, solo che questo atteggiamento ha prodotto in sostanza una distruzione della coesione consigliare, straordinariamente importante per le questioni che la città si trova ad affrontare. Senza la coesione tra consiglieri, bisognerà trattare ogni provvedimento con ognuno, vecchia pratica. Qualcuno magari già lo fa, ma trattare con sedici persone diverse diventa un lavoro a tempo pieno. Ma soprattutto la città pensava che questi tempi fossero belli che andati (where’is diversità?). Il risultato delle elezioni provinciali potrebbe minare il lavoro del PUG? Se così fosse, ogni consigliere potrebbe avere l’influenza di determinare decisioni che cambieranno la città per i prossimi cinquant’anni. E se invece il risultato di queste elezioni non fosse che un piccolo prezzo da pagare per portare a casa il PUG?

A questo punto avrebbe avuto ragione Coletta, quando se n’è andato sbattendo la porta.

Infine, dobbiamo immaginare le conseguenze. Probabilmente questo sonoro schiaffo per la prima volta i consiglieri PD e il partito potrebbero essere allineati nel chiedere che qualche testa cada. E le uniche che possono cadere sono in giunta. Ma dovremo attendere ancora qualche giorno.



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