Contro le rendite. Ribellarsi a una società senza lavoro

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Editoriali, Società


Da quando avevo più o meno quattordici anni, ogni estate, alla fine della scuola, mio padre mi chiedeva se avessi intenzione di fare qualcosa. “Niente” rispondevo io e questa risposta sicuramente non gli faceva piacere. “Forse qualcosa per guadagnare qualche lira”, ma nemmeno questa era la risposta giusta. Voleva che imparassi un mestiere, qualunque. Un’estate ho provato da un falegname, ma dopo una settimana ho preferito tornare a leggere i miei libri o girare in bici per le campagne di Martina Franca.

La richiesta di mio padre, figlio di contadini, dirigente pubblico, mi sembrava una cosa inutile e anacronistica: mentre i miei amici lavoravano nei bar per la stagione (cinquantamila lire a sera, a nero), serate impegnate e mattinate libere, io avrei dovuto svegliarmi presto la mattina e andare in una bottega senza guadagnare nulla.

Che fesso, mi dico ora, che guardo con invidia gli artigiani, che nelle mani hanno il futuro!

Il senso della richiesta di mio padre si è svelato durante il primo lockdown, quando le industrie di Martina Franca hanno smesso di produrre cappotti e hanno iniziato a produrre mascherine. Se tutti gli imprenditori del distretto del tessile avessero seguito le sirene del 2010, liberandosi del “peso” dei lavoratori, spostando le produzioni in Tunisia, Albania o Cina, la città non sarebbe stata una delle prime ad avere 40.000 mascherine, distribuite gratis a tutti gli abitanti. La Cgil in quegli anni si batteva contro la delocalizzazione, portando in piazza centinaia di operai, un processo che dopo oltre dieci anni ha contribuito a redarre il protocollo per la tutela del Made in Italy. Difendere quel tipo di lavoro era l’azione più lungimirante che si potesse intraprendere.

Il lavoro, qualunque esso sia, ha valore in sé a prescindere dalla ricchezza che produce, a prescindere dalla retribuzione. Anzi, il lavoro produce ricchezza, economica, fisica, cognitiva, sociale, ma purtroppo siamo capaci solo di misurarne il valore in denaro. L’esatto opposto di lavoro non è disoccupazione, ma rendita, ovvero quella condizione per la quale la ricchezza (in qualunque formato) viene consumata invece che prodotta. Fin dai tempi delle prime lotte dei contadini contro i latifondi, il nemico era la rendita, che consuma senza produrre, che vive sulle spalle di tutta la comunità. Chi vive di rendita è di fatto un parassita.

La domanda è: chi sono coloro che ora vivono di rendita? La risposta è insieme semplice e complessa. Una risposta più o meno esatta è questa: vive di rendita chi consuma risorse senza dare nulla in cambio alla società, sotto forma di qualunque cosa, sia beni, servizi o conoscenza.

Viviamo in una società in cui i modelli di successo più popolari (come gli influencer, ad esempio) non riguardano “lavoratori” (siano essi operai, impiegati, commercianti, imprenditori, ecc. ecc.) ma coloro che riescono a fare la bella vita senza impegnarsi più di tanto (vabbè, è un po’ qualunquista come definizione…). Non tutti gli influencer, ma coloro che di fatto vivono a scrocco, che sono famosi per il fatto di essere famosi. Nella nostra società ipermediatizzata avviene questo straordinario paradosso: puoi essere famoso solo perché per un attimo si ottiene grande visibilità, rendendo possibile il teorema secondo il quale si può ottenere tutto senza dover troppo faticare.

Quando c’è fatica c’è lavoro. Lo stesso termine richiama alla mente il verbo “fare”. Chi fa, fatica. Chi non fatica non fa. Non per nulla nei nostri dialetti il termine lavoro si traduce in “faticare”. Chi fa, crea. Nei dialetti siciliani “lavoro” si traduce in “travaglio”, partorire. Chi lavora mette al mondo qualcosa di nuovo, che prima non c’era. Il lavoro, qualunque esso sia, è l’atto creativo per eccellenza. Chi non lavora è sterile, non contribuisce alla società, non crea progresso.

Le rendite, quindi, situazioni parassitarie in cui si consumano gli atti creativi prodotti da altri, sono dannose per la comunità. Pensiamo al turismo e al processo di gentrificazione a cui sono sottoposti i nostri centri storici. Il turismo è un asse di sviluppo molto interessante, perché permette di produrre ricchezza senza mettere a repentaglio – se fatto bene – il futuro di un territorio. Se per turismo intendiamo ovviamente un sistema che unisce la capacità di manutenzione e valorizzazione delle bellezze (muratori e imprese esperte, imbianchini, chef, camerieri, marketer, comunicatori, driver, guide turistiche, curatori museali, artigiani…). Se invece intendiamo una distesa di b&b e la possibilità di incassare senza fare praticamente nulla, quel tipo di turismo assume l’aspetto della rendita e quindi di un sistema parassitario, che invece di produrre ricchezza la estrae, come se fosse un pozzo di petrolio. E come il petrolio, questo tipo di turismo è destinato a prosciugare di bellezza il nostro territorio. Così come ogni tipo di rendita.

Il lavoro, in quanto tale, atto creativo per eccellenza, va protetto come se fosse la cosa più preziosa al mondo. Occorrerebbe certo liberarlo dal peso della retribuzione, attraverso la diffusione del reddito universale, magari aspirare a superare le mansioni usuranti, grazie alla tecnologia, ma non dobbiamo liberarci di esso, perché il lavoro è quello che ci fa prendere parte alla comunità e al suo progresso.

Buon Primo Maggio!

L’immagine dell’articolo è tratta dalla mostra “Artire” di Daniele Barraco sul mondo dell’artigianato, realizzata in collaborazione con Digitales.

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