In questo 2022 ci auguriamo che i figli maggiori lascino la propria casa in rovina

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Editoriali


La storia del figliol prodigo la conosciamo tutti, no? Un ricco borghese ha due figli. Il minore ad un certo punto chiede la propria parte di eredità e se la va a sprecare in coca e festini. Ridotto sul lastrico, con gli spacciatori alle calcagna, è costretto a fare lavoretti poco nobili per racimolare i soldi del biglietto dell’interregionale per tornare a casa. Una volta imboccato il tratturo della masseria, il padre, che stava importunando una servetta, gli corre incontro con il cuore gonfio di gioia. “Accendete la brace” grida ai lavoranti, “scannate il porco che dobbiamo festeggiare”. Il figlio minore si accorge che la festa che andava cercando per il mondo in realtà era a casa, bastava provare ad attirare un po’ l’attenzione e dice al padre: “Perdonami padre por mi vida loca”.

Il Vangelo ci insegna che il figlio maggiore, rimasto tutta la vita a seguire le regole imposte dal padre, non ci sta. “Ma come! Mi hai sempre detto che devo svegliarmi alle 4.00 ogni giorno, pure a Natale, per governare le vacche, per uscire la mandria, per mietere il grano, tagliare la paglia, raccogliere l’uva, spalare il letame, far partorire le giovenche, e riposarmi solo al tramonto, ma non troppo, e per me non hai mai fatto festa!”. Il padre, che la sapeva lunga, gli spiega: “Ci hai creduto, faccia di velluto!”, e ritorna a far festa con il figliol prodigo e le servette, mentre il dj mette a palla “Malavita”.

A questo punto il figlio maggiore, ha imparato la lezione, ma pur volendo, non può cambiare comportamento: è stato programmato così. Regole, leggi, imposizioni, delibere, determine, indicano chiaramente come si deve comportare il figlio per far parte della famiglia in maniera onorevole. Si sa che, se non segui le regole, esci fuori dalla famiglia, dalla comunità, dalla società. Diventi bandito, fuorilegge, “immune”. L’accoglienza del figlio prodigo è scioccante, non riesce a capacitarsi di quanto accaduto. Non c’è una regola, un cavillo, che permette questa deroga. Non lo conosce. Il figlio maggiore scopre, nello stesso istante, tre cose: che si può essere amati anche se non si seguono le regole; che a questo punto poteva dormire fino alle 10 ogni giorno; che il padre è al di sopra delle regole, perché le applica o meno a suo piacimento.

Se provate con me a fare uno sforzo cognitivo e spostare questa metafora nella vita di tutti i giorni, vi accorgete che alcuni ruoli calzano a pennello per alcune categorie di persone. I padri sono i legislatori, i policy maker, il Governo, il sindaco, l’assessore, coloro che dettano le regole. I figli maggiori sono i cittadini che seguono (o provano a seguire le regole). I figli minori sono coloro che delle regole se ne sbattono, tanto sanno che il padre non è per niente severo.

Con la pandemia il risentimento dei maggiori rispetto ai minori è diventato enorme. Alle normali regole si sono aggiunte quelle per il contenimento del contagio. Alcune davvero assurde. I maggiori sono però diligenti, e non fiatano, seguono le regole. Nel frattempo però vedono che i minori escono sempre più allo scoperto, acquistano più coraggi, consapevoli che il padre e i suoi servi non hanno più i mezzi per controllare. Se state seguendo fin qui, sapete forse già dove voglio andare a parare.

Rimanendo nella metafora dell’azienda, il maggiore da tempo ha avvisato il padre sulla situazione disastrosa: stanno finendo le risorse e diventa sempre più faticoso portare a casa il raccolto. Non ci sono soldi per riparare i mezzi, l’acqua dei pozzi scarseggia, gli animali si ammalano più spesso, e al mercato la gente non è disposta a sostenere i giusti costi dei prodotti, finora calmierati attraverso iniezioni di capitale nel bilancio annuale e spostando i costi sui lavoratori. Il figlio maggiore si è attaccato come un gatto alle palle da diverso tempo e il padre un po’ si è rotto di questo lamento continuo. Il ritorno del figlio minore gli permette di distrarre l’attenzione ma soprattutto di trovare un utile (e segreto) alleato per continuare a gestire le cose alla sua maniera. Il patto è: “Io ti perdono ogni volta che fai una cazzata, ma tu non metti mai in discussione la mia autorità. In questo modo faccio anche vedere che sono buono e giusto. Tu ci guadagni il fatto che troverai sempre da mangiare alla mia tavola”. È uno dei modi più rapidi ma più pericolosi di creare consenso elettorale.

L’insegnamento cattolico ha minato alla base la società democratica, perché ha fatto identificare chi governa con il padre magnanimo e chi sbaglia, deliberatamente, come il figliol prodigo. Alla base di questo infausto insegnamento c’è l’identificazione tra padre e governante. Il padre, nel Vangelo, è Dio, che impone la legge ma non è sottomesso ad essa e offre all’uomo il libero arbitrio. Il governante però non è Dio, ma è uomo anch’egli, e deve sottostare alla legge di tutti. Non può scrivere una legge e decidere di volta in volta se applicarla o meno, e soprattutto di non applicarla se da questa scelta ne trae un vantaggio elettorale. Il governante che si identifica nel padre della parabola del Vangelo di Luca compie un peccato: non solo si identifica con Dio, ma si eleva al di sopra della legge.

Non serve però disporre della legge a proprio piacimento. Basta imporre regole che si sa già nessuno potrebbe controllare. Ad esempio l’uso delle mascherine all’aperto, o il controllo dei green pass, o il rispetto delle regole della strada. Un anno fa abbiamo raccontato cosa accadeva in via Mercadante, e tanti sono gli esempi di cittadini che delle regole se ne sbattono bellamente perché sanno di avere a che fare con una società che non ha più le risorse per controllare alcunché. Questo è il primo problema posto dal figlio maggiore al padre: “Papà, vedi che non abbiamo soldi per pagare altri vigilanti”. “Non scassare le palle, mettiamo le videocamere”. Peccato che queste funzionino solo se qualcuno fa un post su Facebook (si scherza ovviamente). Si racconta che un altro argomento di discussione tra padre e figlio fosse la cura dei malati: “Ma come è possibile che ci vogliono venti giorni per curare una mano ferita” diceva il figlio, preoccupato. “Eh, sai” rispondeva il padre, “abbiamo spostato l’infermeria nell’ex stalla, perché il suo posto ci serviva per parcheggiare il Maserati, e abbiamo pensato di far venire i cerusico solo una volta al mese, per risparmiare i soldi e fare il pieno all’auto”.

Mentre il padre e il figlio minore sono impegnati in una pantomima eterna, il figlio maggiore cova risentimento. Prendersela col padre? Prendersela col fratello? Il figlio del mugnaio, molto amico del fratello maggiore, a vederlo così nero, un giorno gli disse: “Ancora dietro a quelli stai? Lasciali perdere, senti a me”. E il maggiore: “Ma io mi impegno ogni giorno per ottenere la sua approvazione e tu mi dici di non badarci più?”. E l’amico saggio: “Ma scusa, perché non ti fai dare la tua parte di eredità e ci apriamo una bella azienda condividendo il lavoro e le risorse, gestita coi dati, che investa anche nei processi di apprendimento, per creare una società più giusta e equa, che metta la centro i bisogni delle persone e la loro realizzazione individuale e collettiva?”. Il figlio maggiore ci pensò un po’ su e rispose: “Mi sa che tieni ragione”. Nel giro di pochi giorni lasciò la casa paterna, andando via con la propria parte di eredità, tra le risate del padre e del fratello minore, che si filmavano mentre salavano la bistecca facendo scorrere il sale sul proprio gomito.

Come sarà andata poi, non si può sapere, perché il figlio maggiore non ha ancora preso la decisione. Eppure è quella più semplice: rifondare tutto.

In questo capodanno 2022, con il mondo che è cambiato nel giro un battito di ciglia, l’unica cosa certa è il cambiamento. Si possono sprecare risorse per mantenere lo status quo oppure si possono investire per andare verso il futuro. Il cambiamento è sempre doloroso, perché implica la perdita di qualcosa (nel caso della nostra storia, della propria casa) ma è anche l’opportunità per comprendere come quella che finora avevamo chiamato casa era in realtà una porcilaia pericolante e andava presto abbattuta. Occorre tracciare ora una strada nuova, verso una meta diversa, che sia innanzitutto di benessere per tutti. Il sistema regge il proprio peso sulle spalle dei figli maggiori, che rispettano le regole. Finché saremo disposti a pagare il caffè 1,2 euro, andrà tutto bene. Ma arriverà il momento in cui quella spesa non sarà più sostenibile e tutto il welfare sociale che si regge sulla capacità di spesa della classe media, crollerà rovinosamente, lasciando per strada solo rovine. Tocca la padre aumentare ancora la paghetta del figlio maggiore, oppure tocca a lui comprendere che il proprio genitore non ha più la capacità di comprendere i segni?

I nostri auguri per quest’anno siano d’illuminazione, affinché tutti noi possiamo comprendere se siamo padri, figli maggiori o figli minori. O tutto insieme, nella complessità (mica pensavate ad un’assoluzione finale, no?).

Foto di Carlo Carbotti

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